Storia di mare

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Storia di Mare
(Racconti dal Mar Mediterraneo)

 “Ho sempre avuto un rapporto simbiotico col mare. Per noi che siamo nati sulle coste è così. Il mare è da sempre protagonista indiscusso delle nostre vite. Il luogo dove si libera la propria euforia nel giorni di sega a scuola; il luogo dove ci si incontra la sera con gli amici.
Il mare lo si cerca sempre, che tu sia triste o felice. Quando non sappiamo cosa fare, dove andare, noi gente di mare andiamo…al mare.
E per noi, nati in posti in cui non c’è molto da fare, è sempre il mare la meta del nostro vagare.

Il mare…il mare… È nella nostra storia, nelle nostre vene. È dall’ orizzonte che videro arrivare i Saraceni e culture di ogni tipo. Abbiamo visto gonfiarsi al vento vele di altri mondi. Cosa c’è, quindi, nel mio sangue?
Nel mio sangue c’è questo mare.

Quella linea lontana dell’orizzonte, che di notte si fonde assieme al cielo, è per noi abitanti di questa piccola provincia TUTTO della vita.
È la poesia dei nostri sogni, è le nostre paure.
Per noi il mare ha un’anima sua. Lui ci ha sempre dato tutto, ma ci toglie anche tutto.
I pescatori lo sanno bene, e lo sanno bene le loro vedove, quando per giorni scrutano quell’orizzonte nella speranza di un ritorno.

Dicevo, il Mare ha un’anima tutta sua. Può essere clemente, oppure di una violenza che solo gli Dei posseggono. Non si scherza con il Mare.
Noi, gente di mare, lo sappiamo. Il Mare ha anche delle leggi tutte sue, che bisogna ripettare senza discutere, perchè esistono dalla notte dei tempi e sono impresse nel profondo dell’anima di ogni uomo. Lo devi ascoltare, il Mare, perchè ti dice tante cose, sa? Io lo faccio da sempre. Da bambino passavo le ore a guardarlo, seduto sugli scogli. Erano belle le cose che diceva il Mare. Ma soprattutto, mi parlava di storie lontane. Mi chiedevo: cosa c’è  in fondo all’orizzonte? Forse un altro bambino come me si sta chiedendo la stessa cosa, seduto sulla sabbia della sua riva. E cosa sogna? Forse si fa le mie stesse domande. O forse sogna i miei stessi sogni. E magari adesso ci stiamo guardando, ma non lo sappiamo.

Così, a volte, quando ero troppo stanco per pensare all’orizzonte, mi tuffavo nell’acqua cristallina. E andavo a raccogliere i ricci di mare dal fondale, armato di un piccolo coltello.
Poi tornavo a galla, e li mangiavo mentre cercavo di tenere la testa fuori dal pelo dell’acqua, pulendoli con entrambe le mani. Un’operazione non facile. Bisogna avere le gambe forti.
Una volta ho dovuto salvare un amico che aveva avuto un crampo mentre nuotava.
Ho avuto paura, non riuscivo a trascinarlo a riva tenendomi a galla solo con la forza delle mie gambe. È stato spaventoso, sa? Per giorni non riuscivo a pensare ad altro, deve essere terribile affogare…
Ma a parte brutti episodi, mi è sempre piaciuto immergermi per raccogliere ricci di mare.
È un ottimo modo per fantasticare d’essere un pesce. Ho sviluppato una certa capacità di rimanere in apnea per diversi secondi, e durante le immersioni mi piace sfiorare il fondale roccioso con il mio corpo, come fanno le murene. E poi guardare i pesci che guizzano, infilandosi nelle insenature.

Ho sempre desiderato essere un pesce. Nuotare libero, sentire il mio corpo sospeso nel blu, farmi beffa della forza di gravità. Mi sembrava più semplice la vita dei pesci rispetto alla mia, salvo il doversi barcamenare tra un predatore e l’altro. O forse non avrei avuto questo problema se fossi nato predatore. Chissà.
Comunque, mi piaceva l’idea.
E poi tutto quel silenzio, sotto il mare. Solo un rumore bianco, sordo.

Però voglio raccontarle una cosa:
Un giorno, un gruppo di ragazzi facevano i tuffi da uno scoglio, neanche troppo alto; si immergevano qualche secondo per poi tornare a galla ridendo.
A turno, ripetevano la sequenza di tuffi e immersioni, riemergendo in superficie con un riso che mi sembró sinistro.
Più che altro era una sorta di ghigno isterico, nervoso. Avevano un guizzo di paura mista a follia nei loro occhi, e di incoscienza.
Pochi metri più sotto, incastrato nel fondale, c’era il corpo gonfio di un uomo. I ragazzi lo avevano trovato, e si divertivano ad immergersi per andare a stringergli la mano. Poi risalivano a galla pieni di euforia.
Quando la polizia ore dopo arrivò con i sommozzatori per tirare su quel poveraccio, scappai a vomitare dietro le sterpaglie rinsecchite.
Chi era quell’uomo? Perché era lì? Ma la cosa che mi fece più orrore fu proprio lo sguardo di quei ragazzi. Avevano una luce di crudele autocompiacimento per la bravata che avevano commesso, e si leggeva nei loro occhi un cinismo di ghiaccio, che loro avevano voluto credere fosse ironia e coraggio.
Cosa avevano voluto dimostrare a loro stessi?
Da quel giorno decisi che non mi sarei più tuffato dallo scoglio dell’uomo annegato. Cercai altre insenature, e continuai le mie esplorazioni sottomarine.
Ma qualcosa mi aveva strappato l’entusiasmo delle precedenti immersioni. Nuotavo da un anfratto all’altro sovrapensiero; non ero più in grado di immaginare di essere un pesce.
Ero solo un uomo: due braccia, due gambe, un corpo inadatto all’acqua: un corpo che dovrebe temere il mare.
Cominciai, durante le immersioni, ad avere delle visioni: mi immergevo per raccogliere i ricci di mare, e appena giravo la testa, lo vedevo: LUI! Era lui, il morto, incastrato tra le rocce che si muoveva tra i flutti!
Più volte riemersi urlando, e quando i miei amici si tuffavano con le maschere per andare a controllare… niente! Nessuno: LUI non c’era. Era solo immaginazione.
Continuavo ad immergermi, allora. Ma continuavo a vederlo. Cominciai a fare finta di niente.
-Non esiste- mi dicevo. Ma ogni volta che mi immergevo lui c’era, e cominciava a non essere più solo uno: erano tanti, sempre di più. Il mare ne era invaso. Corpi incastrati nel fondale roccioso assecondavano docilmente i flutti.
Ma li vedevo solo io.

Cercai di abituarmici, sforzandomi di passare loro vicino mentre nuotavo, reprimendo il mio turbamento. Ma quando i pesci cominciarono a guardarmi con i loro occhi fissi e a sembrarmi umani, uscii dal mare e non volli più metterci piede. Ma ogni giorno volevo tornare, e mi sedevo sugli scogli come quando ero bambino, per ascoltare la sua voce e guardare l’orizzonte.
Chissà quel bambino, dall’altra parte, cosa vede. Vede me? Abbiamo ancora gli stessi sogni?


Un giorno, mentre facevo queste domande a me stesso, chiusi gli occhi e tesi l’orecchio verso le onde. Ma non come facevo un tempo, con la voglia di sognare: dovevo capire.
E sentii che mentre il Mare si gonfiava nel mio petto, lo sciabordio dell’acqua diventava qualcosa di più di un rumore bianco e sordo.
Era l’insieme di tutti i suoni prodotti dalle gocce del mare, quel rumore? Mi sembrava, invece, che ogni goccia avesse una voce; e c’era chi urlava, chi piangeva, chi sussurrava come una preghiera; ma non capivo, perchè era in una lingua che non conoscevo.
Ormai non riesco più a dormire, queste voci mi hanno tolto il sonno. Le sente anche Lei? Non sono pazzo?”

“Queste voci non esistono. I morti, le urla degli annegati… ah! Sono tutte cose che ti hanno raccontato affinchè tu possa avere paura. Stai tranquillo. Appoggia la testa qui, sulla mia spalla. Abbi fiducia… ti fidi di me?”
“Ma…io…”
“Fidati di me: io sono il Capitano. Guarda che bello questo tramonto”.

Sulla prua della nave Italia, il Capitano mi parlava con voce mielosa e rassicurante. Era il tramonto ormai, tra poco la notte sarebbe calata come una coperta scura su questa parte di mondo, e noi saremmo rimasti lì a guardare le stelle.
“Vieni, dai, Amico mio!”
Continuò con un sorriso sornione: “Possiamo stare qui, seduti sulla prua a mangiarci una bella fetta di pane e Nutella, mentre godiamo della vista delle stelle!”

Che romantico, il Capitano. Mi ci siedo vicino. Non so per quanto potremo restare in bilico sulla prua a rimirare la notte: quanto tempo ci vuole perchè una nave affondi del tutto?
Della nave Italia, la prua è l’unica cosa rimasta ancora a galla.
E mentre essa affonda lentamente, il Capitano mi parla della sua squadra di calcio preferita, poi mi racconta delle sue donne come se fossi un suo carissimo amico e ci conoscessimo da sempre.
“Dai, vieni! Facciamoci un selfie!” Esclama con entusiasmo.
Così, lui punta lo smartphone sui nostri volti, mentre io mi giro un’ultima volta a guardare il mio Mare. Un mare che mi fa paura, che non riesco più a guardare come una volta.
Sarà che è il tramonto, o almeno questa è la sensazione che ho dentro: ma l’acqua è insolitamente più rossa e densa rispetto al solito. Sembra sangue.
LORO ci sono, e mi guardano. Altri galleggiano muti. E il brusio di quelle voci?
Oh, quel brusio lo sento, eccome! Più vivo, più forte e reale, come mai lo era stato prima.

È ormai calata la notte, su questo Mare.
Il Capitano è ancora lì, col naso per aria, immerso nel firmamento.
Sembra talmente assorto che non si accorge di un vagito lontano, proveniente forse da qualche invisibile barcone celato dal buio e dalle onde. Il primo vagito di un bambino, seguito dal grido di una madre, che annuncia l’alba ancora troppo lontana.

Lui è lì che guarda il cielo, eppure pare proprio che non riesca a vedere quella stella cadente. Io la vedo. Eccola lì: si separa dalle altre e in tutta solitudine, come dirigendosi contro corrente, va a sparire nell’abisso che esiste di là, oltre i confini.  Precipitando lievemente, come una lacrima di speranza.

Laura Grimaldi