“Hope”. Ogni mare ha un’altra riva.

Acrylic on canvas. Painter: Laura Grimaldi. All Rights Reserved.

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1.

A volte penso di non farcela. Di non reggere questi ritmi, ma soprattutto di non reggere tanta sofferenza, tanto dolore. Molti miei colleghi, invece, sono convinti che io ormai mi ci sia abituato, che fare le ispezioni cadaveriche per me sia diventata routine. Non è così.

Non ci si abitua mai ai bambini morti, alle donne decedute dopo aver partorito durante il naufragio, i loro piccoli ancora attaccati al cordone ombelicale. Non ci si abitua all’oltraggio di tagliare un dito o un orecchio per poter estrarre il Dna e dare un nome, una identità a un corpo esanime e non permettere che rimanga un numero. Ogni volta che apri un sacco verde è come se fosse la prima. Perché in ogni corpo trovi segni che ti raccontano la tragedia di un viaggio lunghissimo.

(Pietro Bartolo e Lidia Tilotta, “Lacrime di Sale”, Piccola biblioteca Oscar Mondadori.)

2.

Accanto, su una sedia, c’era un altro giovane uomo, un siriano, anche lui con la flebo. Stava in silenzio, con lo sguardo spento. Provai a parlargli, ma inutilmente. Poco distante una donna teneva in braccio un bimbo di nove mesi. Pure lei sembrava assente, come se non fosse lì, come se col pensiero si trovasse altrove, e teneva il suo bimbo in modo strano. Prima lo stringeva forte, poi se ne distaccava come se avesse addosso un pacco. Continuamente.

Dopo circa un’ora luomo decise di raccontarmi ciò che era accaduto. Quella donna era sua moglie. Quando il barcone si era rovesciato, erano finiti tutti in acqua. Erano più di ottocento. Lui era un ottimo nuotatore e aveva messo il piccolo di nove mesi sotto il maglione, sul suo petto. Poi con una mano aveva afferrato la moglie e con l’altra il figlio di tre anni. Aveva cominciato a nuotare a dorso senza fermarsi. Cercando di rimanere disperatamente a galla. Aspettando i soccorsi che non arrivavano. Un’attesa estenuante. A un certo punto aveva sentito il fiato mancargli all’improvviso, le onde che diventavano sempre più alte e la corrente sempre più forte. Aveva dovuto compiere una scelta. Una scelta definitiva, dalla quale sapeva che non sarebbe più potuto tornare indietro. Sospeso tra la vita e la morte, aveva dovuto pensare, calcolare, valutare e poi decidere. Se avesse continuato a nuotare, sarebbero finiti tutti e quattro sott’acqua, morti, annegati. Così alla fine lo aveva fatto: aveva aperto la mano destra e aveva lasciato quella di suo figlio. Lo aveva visto scomparire, lentamente, per sempre.

Mentre me lo raccontava non smetteva di piangere e non riuscivo a smettere nemmeno io. Non ho avuto la freddezza necessaria per reagire e controllarmi. Mi sono sentito sconfitto. Un medico non dovrebbe farsi veder piangere, ma a volte non ce la faccio. Non si può restare freddi davanti a tanto strazio. Ciò che tormentava quell’uomo era che pochi minuti dopo era arrivato l’elicottero a salvarli: “Se avessi resistito solo un altro poco, adesso mio figlio sarebbe qui con noi. Non me lo perdonerò mai. (Pietro Bartolo e Lidia Tilotta, “Lacrime di Sale”, Piccola biblioteca Oscar Mondadori.)

“Lacrime di Sale” Pietro Bartolo e Lidia Tilotta.

Gli estratti che avete appena letto sono tratti dal libro di Pietro Bartolo “Lacrime di sale”, scritto in collaborazione con la giornalista Lidia Tilotta. Pietro Bartolo è il noto medico che, per 25 anni, si è occupato della prima accoglienza dei migranti che raggiungono via mare le coste dell’isola di Lampedusa, in Sicilia. Nel 2019, Bartolo è stato eletto come membro del parlamento Europeo nel Partito Democratico. Nel libro Lacrime di sale viene raccontata con una profondità e un’umanità disarmante la sua vita di medico di Lampedusa, testimone delle storie di dolore e speranza di tutti coloro che ce l’hanno fatta, e di chi no.

Sono state fin troppe le volte in cui, leggendo il libro, mi sono dovuta fermare: perché le storie raccontate sono qualcosa di davvero devastante per le emozioni. Difficile continuare a leggere in modo impassibile delle torture nei campi di concentramento in Libia. Impossibile non provare dolore leggendo i racconti dei naufragi, e di uomini, donne, bambini dispersi tra le onde.

Non ci si abitua mai ai bambini morti, alle donne decedute dopo aver partorito durante il naufragio, i loro piccoli ancora attaccati al cordone ombelicale”, racconta Bartolo.

La vista di una donna e del suo bambino senza vita, all’interno del sacco verde, è qualcosa a cui nessuno, nemmeno un medico, può abituarsi. È qualcosa che non si può dimenticare. Anzi, è qualcosa che dobbiamo ricordare. Dobbiamo sapere.

Dobbiamo sapere che i bambini che muoiono durante i naufragi chiamano la loro mamma mentre annegano. Dobbiamo sapere che coloro che naufragano chiamano aiuto, ma che nessuno risponde. Così spariscono, a centinaia, sotto la superficie del mare: e mentre tutto questo accade, l’Europa resta a guardare in silenzio.

Nel suo libro, Bartolo ci racconta la durezza del suo lavoro, soprattutto dal punto di vista psicologico ed emotivo. Molto spesso, infatti, i suoi collaboratori abbandonano la missione, nonostante poi ritornino sui propri passi, poiché la gente con un’anima comprende profondamente l’importanza di un lavoro come questo. Non importa quanto duro esso sia.

“Un medico non dovrebbe farsi veder piangere, ma a volte non ce la faccio. Non si può restare freddi davanti a tanto strazio”, dice ancora Bartolo.

Penso invece che il coinvolgimento emotivo sia la vera forza di quest’uomo, e di tutti coloro che offrono il proprio supporto in campo umanitario. La connessione con le proprie emozioni e con quelle dell’altro è qualcosa di davvero necessario: abbiamo bisogno di sentire e di riconquistare quel senso di umanità e compassione che può fare del mondo un posto migliore.

In questo momento storico, così come in ogni momento del passato in cui l’odio deflagra, ci sono sempre persone che dedicano loro stesse alla lotta per la dignità e i diritti umani. Persone che resistono all’intolleranza, al razzismo, e ad ogni forma di oppressione attraverso piccole e grandi azioni che sono rivoluzionarie. Queste persone sono i “cittadini del mondo”, sono “l’umanità che resiste”, sono quelle che proiettano il proprio sguardo oltre i confini della paura, là dove vive la speranza. Ed è ciò che questo libro mi ha fatto vedere con più chiarezza: nonostante le dolorose notizie dal mondo sul tema della migrazione e dei diritti umani, i movimenti del tessuto sociale e culturale “underground” portano messaggi di resistenza e di cambiamento.

Laura Grimaldi e il suo dipinto “Hope”. All Rights Reserved.

C’è chi vive di speranza. C’è chi migra per speranza. E c’è chi muore di speranza. Ma c’è anche chi dà speranza agli altri, con la forza che tramuta piccole e grandi azioni in atti di bellezza, resistenza e rivoluzione, abbattendo i confini dell’odio con l’amore.

L’emergenza umanitaria dei migranti che attraversano il Mediterraneo ha restituito alle coste europee migliaia di corpi. Ognuna di quelle persone aveva una speranza, sono morti di speranza. Quindi, la domanda che ho tradotto su tela con il mio ultimo dipinto è: in questo momento, c’è ancora traccia di speranza?

In realtà, quando ho cominciato il mio progetto sul tema dell’immigrazione la mia risposta sarebbe stata “no”. Ma poi, leggendo dell’operato di Pietro Bartolo, e venendo a conoscenza di numerosi sindaci italiani che, disobbedendo agli ordini del governo centrale, dichiaravano i propri porti aperti allo scopo di accogliere e dare assistenza ai migranti, ho cominciato a capire che, sì, c’è ancora speranza.

Laura Grimaldi durante la lavorazione di ‘Hope”. All Rights Reserved.

Artisti, giornalisti, insegnanti, avvocati, sindaci, magistrati, scrittori, musicisti, comuni cittadini. Lunga è la lista di coloro che si stanno opponendo alle scelte disumane dei nostri governi, divulgando messaggi di fratellanza, ben coscienti delle conseguenze a cui si espongono in prima persona portando avanti le proprie azioni di ribellione, ma ben determinati a fare in modo che le pagine più orribili della nostra storia smettano di ripetersi, come sta purtroppo accadendo.

“Ama il tuo prossimo come te stesso”: questo è il semplice messaggio che due pacifici manifestanti dissenzienti hanno scritto su un cartello durante un comizio della Lega. Il servizio d’ordine ha violentemente trascinato via i manifestanti senza dare spiegazioni. Tutto questo è vero. E come molti sanno, è successo molte altre volte ancora.

Sembra proprio che amare il prossimo sia davvero l’azione più rivoluzionaria, quella che fa più paura.

Acrylic on canvas. Painter: Laura Grimaldi. All Rights Reserved.
“Hope”, acrylic on canvas. Painter: Laura GRimaldi. All Rights Reserved.

Nel mio dipinto intitolato Hope, ho voluto rappresentare una di quelle madri descritte da Bartolo, morte di speranza con il proprio bambino nel grembo. Ma ho voluto rappresentarla viva. Le decorazioni del suo vestito raccontano il suo viaggio: un viaggio epico, eroico, ancestrale, senza tempo.

Stelle fluttuano nella sua testa, spargendosi oltre ogni confine, poiché il suo stesso corpo è senza confini.

Non porta in grembo solamente il suo bambino, ma ciò che rappresenta il figlio di ogni popolo oppresso, riscatto di tutte le generazioni presenti, passate e future.

E proprio per questo ho voluto scrivere nel suo ventre una frase di Cesare Pavese, affinché potesse portarla dentro di sé come un amuleto:

“Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, ed io la raggiungerò”.

Ho dipinto questo quadro tenendo bene a mente queste parole nella mia testa; le parole che ogni uomo, donna e bambino che porta un sogno dentro di sé sente come proprie.

In ognuna di queste parole c’ė speranza: finché anche un solo essere umano sarà in grado di generare bellezza , ci sarà ancora la possibilità di dare vita a qualcosa di buono, persino nel mezzo di un tale disastro.

Laura Grimaldi. “Hope”, acrylic on canvas.

Un proverbio afgano dice: goccia dopo goccia si forma il fiume. Ed ora io credo davvero che, goccia dopo goccia, noi insieme, attraverso piccole e grandi azioni, possiamo essere rivoluzionari abbastanza da creare un mare. Un mare che unisce e non divide. Un mare che non uccide, ma abbraccia, accetta e accoglie i figli di questa terra.

Laura Grimaldi

Articoli precedenti:

Exile: l’inizio di un percorso

Il sogno di Jamil

Storia di Mare (Racconti dal Mar Mediterraneo)

Acrylic on canvas. Painter: Laura Grimaldi. All Rights Reserved.


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