Anima apolide

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Anima Apolide

Dalle pietre del paese in cui sono nato
mia madre scolpì le mie ossa
E posando una giara di vetro
sulle mie labbra
mi versò nel petto
il maestrale catturato dal mare.

Poiché era una poetessa
mi trasmise il suo respiro inquieto,
cullandomi negli interstizi segreti
in cui vivono i sognatori,
lì dove pochi si curano di andare a guardare.

Sussurrava ninna nanne di sogni proibiti
che splendono come stelle invisibili
solo al di là dei confini.

E così,
nonostante la mia carne
fosse materia viva di quei luoghi
appartenuti da sempre ai miei antenati,
mi crebbe nel petto
un cuore di straniero.

Si nasce stranieri.

Capisci di essere nato straniero
quando comprendi di essere diverso.
Quando la tua voce che grida giustizia
suona incomprensibile ed ostile
in quel silenzio, tra lapidi di oblio.

Purché mi salvassi dalla morte,
presi l’abitudine di scagliare ogni giorno
una lacrima di speranza oltre l’orizzonte
e tutti i sogni impossibili,
finché in quel paese in cui ero nato
non rimase di me nient’altro
che un corpo vuoto
fatto di pietre e maestrale.

Arrivò il giorno,
e scaraventai l’ultima stilla di fede
oltre il confine.

Viaggiai.
Da ulivo centenario
mutai in mangrovia a forza di dolore.
Abbandonai le mie radici ad ogni passo
lasciando dietro di me
l’Odissea del mio vagare.

Le mie valigie erano i ricordi.
Portavo con me solo i gesti sempre uguali
di mani antiche che raccontano storie
di una infinita matrioska di legami.

Annodai
nell’angolo della mia maglietta
un pugno della mia terra.

Via di qui, straniero,
Via dalla solitudine della tua casa
che non puoi chiamare “casa”.
Via, lontano, il più possibile
senza mai voltarti, straniero.

Non potrai più tornare indietro,
viaggiare ti avrà trasformato.
E ti avrà reso ancora più straniero
di quando sei partito.

Forestiero in terra natia,
tu sarai sempre straniero.
Sarà la tua pelle a gridarlo,
i tuoi capelli, le tue idee.
Il tuo tartagliare confuso
in una lingua nuova
che non conosci bene
in cerca delle parole
per reclamare pane e futuro.

Ovunque assente, ovunque ubiquo,
Imparerai a camminare incessantemente
che forse è nel viaggio stesso la dimora di un vagabondo.
E in tutte le cose che non hanno patria
che possiedono soltanto
la propria anima apolide, ubiqua ed assente.
In tutte le cose che sono sempre le stesse
ovunque, da sempre.

A differenza dell’ autoctono
la casa di uno straniero è
lì dove i confini sono cangianti e incerti.
Dove il passato si mischia al presente
e al futuro.
È in tutto ciò che un giorno, forse, potrebbe essere.

Nel vento che viaggia e che ti ha raggiunto fin qui
chissà da dove.
Nella luna, che è sempre la stessa ad ogni latitudine
e che conosce tutti i tuoi sogni.
Nel tuo quotidiano senso di confusione e smarrimento.
Nel confine impercettibile tra la vita e la morte.
Nel tuo passo vacillante.

E’ in quella notte di latte, lacrime e sangue
in cui un bambino paonazzo
sporco di umori,
senza vestiti e senza passaporto
strilla sul tuo petto nudo, e capisci
che non importa dove siete
o dove andrete,
una casa è nata per lui
tra le tue braccia tremanti.

La tua casa, straniero,
si trova nelle innumerevoli lingue
di tutti coloro che gridano la parola “Libertà”.
Nei loro occhi troverai la tua Patria.

Nella loro voce riconoscerai
le melodie di sogni proibiti
che tua madre ti ha sussurrato.
In quella gente troverai
tutte le cose che sono sempre le stesse
ovunque, da sempre.

Tra le mani non hanno documenti, visti,
carte d’imbarco.
Possiedono soltanto
la propria anima apolide
ubiqua ed assente.
E camminano nel buio verso i confini
come stelle invisibili
alla ricerca di barriere da varcare.

Laura Grimaldi1(Autrice del testo Anima Apolide e del dipinto Memories of a TravelerMemorie di un Viaggiatore)

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“Memorie di un viaggiatore”. Acrilico su tela. Artista: Laura Grimaldi. All Rights are Reserved

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