EXILE: l’inizio di un percorso

Exile

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“Exile” è il dipinto che mi ha iniziata ad un vero e proprio viaggio attraverso il tema della crisi migratoria del Mediterraneo. Dal momento che il dipinto ci porta all’interno di ciò che sta accadendo nel Mediterraneo, comincerò questo articolo condividendo con voi il video trailer di Fuocoammare di Gianfranco Rosi, il documentario sull’isola di Lampedusa in Sicilia, una delle più importanti destinazioni per le imbarcazioni cariche di migranti che attraversano il mare.

Il medico che appare nel film è Pietro Bartolo1Medico chirurgo siciliano, che dal 1992 si occupa delle prime visite ai migranti che sbarcano a Lampedusa e di coloro che sostano nel centro di accoglienza. . Nel 2019, Bartolo è stato eletto come membro del parlamento Europeo nel Partito Democratico. Nel 2016 ha pubblicato con Lidia Tilotta il libro Lacrime di sale. La mia storia quotidiana di medico di Lampedusa fra dolore e speranza, tradotto in molte lingue. Nel 2018 ha pubblicato, in collaborazione col figlio Giacomo Bartolo, la sua seconda opera Le stelle di Lampedusa. La storia di Anila e di altri bambini che cercano il loro futuro fra noi. Prende parte al film documentario Fuocoammare del noto regista Gianfranco Rosi.. In collaborazione con la giornalista Lidia Tilotta, ha scritto il suo primo libro intitolato Lacrime di Sale, risultato della sua esperienza di medico di Lampedusa attivo per più di 25 anni nella prima accoglienza e soccorso ai migranti appena sbarcati nonché  di coloro che sostano nei centri di prima accoglienza. Questo libro è stato una grandissima fonte di ispirazione  per il mio lavoro, e in particolare per il dipinto Exile, di cui parlerò in questo articolo, e per il dipinto intitolato Hope, che introdurrò nel prossimo.

Vorrei condividere in particolare un estratto di questo libro, decisamente crudo e brutale. Sfortunatamente, eventi come quelli descritti da Bartolo accadono davvero nella vita reale e, ne sono convinta, ometterli non risolve affatto il problema, anzi ne facilita l’oblio. In questo passaggio, Bartolo racconta uno dei suoi incubi ricorrenti, tristemente basato su ciò di cui ha avuto realmente esperienza il giorno 31 Luglio del 2011:

Mi trovavo, come sempre, al molo Favaloro. C’erano stati tanti sbarchi durante il pomeriggio. Intorno alle nove di sera arrivò una barca di circa dodici metri con duecentocinquanta persone. Salii a bordo con un giovane medico e iniziai a visitarle, facendole poi scendere una ad una. Molti piangevano e si disperavano, altri lasciavano che le lacrime scorressero senza emettere un suono, ma tutti erano distrutti, come annientati, e noi non riuscivamo a capire perché. Non c’erano malati gravi e nemmeno morti. Gli ultimi che scesero dal barcone mi dissero che nella stiva c’era qualche problema, e nient’altro.

Si era fatta quasi notte, e la barca era ormai vuota. Presi il telefono cellulare e aprii la botola che portava in quella che, in realtà, era una ghiacciaia per conservare il pesce. La botola era strettissima, ci entravo appena e faticai a passare. Appena misi il piede per terra mi accorsi che c’era qualcosa di morbido e irregolare. Una sensazione stranissima. Tastai ancora un po’ il fondo, mi sembrava di camminare su dei cuscini. Era troppo buio e accesi la torcia del telefonino per riuscire a vedere nell’oscurità più totale. Un tanfo insopportabile intanto mi riempì le narici.

Con la luce della torcia illuminai il pavimento e mi ritrovai davanti a un’immagine atroce e raccapricciante. Il pavimento era lastricato di corpi. Stavo camminando sui morti, tanti morti. Tutti giovanissimi. Una scena agghiacciante, orrore puro. Nudi, uno sopra l’altro, alcuni sembravano abbracciati. Non riuscivo a credere che fosse reale. Le pareti della stiva erano graffiate e grondanti di sangue. E le dita di quei poveri ragazzi non avevano più unghie. Mi sembrava di essere in un girone dell’inferno dantesco.

Uscii subito fuori e iniziai a vomitare. Ero sconcertato, stravolto, devastato. Dissi a chi era in banchina cosa c’era nella stiva e nessuno riusciva a crederci. Poi un vigile del fuoco vi scese al posto mio e iniziò a sollevare uno ad uno i corpi. Li legava con una corda e noi li tiravamo su.

Li adagiammo sulla banchina. Molti di loro avevano la testa e le mani piene di fratture. Erano stati presi a bastonate. I sopravvissuti erano fratelli, sorelle, amici di coloro che erano stati massacrati nella stiva. Per questo piangevano e si disperavano. Gli scafisti li avevano minacciati intimando loro di non parlare, ma quando la polizia cominciò ad interrogarli raccontarono la storia di quell’orrore. Quando si erano imbarcati in Libia i primi cinquanta erano stati costretti a scendere nella stiva. Erano i più giovani e i più magri, quelli che potevano facilmente passare attraverso la botola. Altri duecentocinquanta erano in coperta. La barca era stracolma. Nella stiva la poca aria arrivava da un piccolo oblò e il patto era che, appena fuori dal porto, anche chi era sotto sarebbe salito su. Venticinque erano riusciti a passare di sopra, ma la barca aveva cominciato ad avere problemi di stabilità e quindi agli altri era stato impedito di abbandonare la ghiacciaia. Non respiravano e gridavano, e provavano a salire, ma gli scafisti li picchiavano con i bastoni e li ricacciavano giù. Ad un certo punto, disperati, avevano cominciato a spingere tutti insieme per fuggire da quella maledetta trappola e nemmeno le bastonate riuscivano a ricacciarli giù. Purtroppo, però, la violenza umana non conosce limiti. Gli scafisti avevano scardinato la porta della cabina, l’avevano fissata sopra il boccaporto e vi si erano seduti sopra. Niente più aria, niente più vita. Un quarto d’ora. Tanto c’era voluto per annientare venticinque vite. Un quarto d’ora in cui quei poveri ragazzi avevano tentato in ogni modo di sopravvivere, Un quarto d’ora che a loro sarà sembrato un secolo.

Quando feci le ispezioni cadaveriche capii il motivo per cui le pareti della stiva erano piene di sangue: ad un certo punto tutti insieme avevano provato a scardinare a mani nude le assi della stiva fino a sanguinare, fino a non avere più unghie, fino a ridurre le dita a carne viva e sotto la pelle avere frammenti di legno. Per giorni non riuscii a pensare ad altro. Ero sconvolto. Avevo camminato sui loro corpi, li avevo oltraggiati senza rendermene conto. Non riuscivo a darmi pace. I graffi sulle assi, le ossa massacrate, il sangue ovunque. Nella mia mente scorreva tutto come se stessi vedendo un film horror. Immaginavo questi giovani urlare disperati. Pure i vestiti si erano tolti, cercando di sopravvivere in un ambiente senza più aria nè luce. E immaginavo le loro mani già doloranti per le fratture che cercavano di scavare nel legno. Cinquanta mani insanguinate. Venticinque bocche urlanti. E, sopra, gli altri: che ascoltavano quanto stava accadendo e dovevano rimanere impassibili e fingere di non sentire le voci imploranti di quelli che ormai erano come topi in una gabbia mortale. Quando pensavo ai bastardi che avevano provocato tutto questo mi montava dentro una rabbia cieca. (Pietro Bartolo e Lidia Tilotta, Lacrime di sale, Piccola biblioteca Oscar Mondadori)

Il numero delle vittime nel Mediterraneo è altissimo, e cresce costantemente. Il mare, inesorabile, restituisce senza sosta le loro spoglie, come fossero bottiglie vuote che portano un messaggio importante, ma che in molti non vogliono leggere né ascoltare.

Ma dimentichiamo per un attimo che queste persone siano esseri umani, e pensiamo solo in termini di numeri, come purtroppo molti preferiscono fare: secondo quanto attesta l’OIM, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, 17.644 persone sono morte nel Mediterraneo tra il 2014 e il 2018. Il numero annuo delle morti registrate, comunque, sembra apparentemente essere calato col tempo: si è a conoscenza di circa duemila morti nel 2018, e 234 morti nei primi due mesi e mezzo del 2019, di cui il 65% sulla rotta tra Africa e Malta/Italia.

Mentre il governo Italiano discute su come queste cifre attestino l’efficacia delle recenti decisioni in merito (lotta alle ONG, chiusura dei porti ai naufraghi richiedenti asilo), secondo organizzazioni umanitarie, giornalisti e altri professionisti del campo tali numeri evidenzierebbero semplicemente il fatto che le perdite umane e la sofferenza siano diventate meno visibili.

Riporto qui due passi di un articolo scritto da due giornalisti dell’Unità, R. Gatti e L. Manconi:

“…I flussi di migranti e profughi continuano e le morti non si arrestano. E la riduzione delle cifre relative agli sbarchi corrisponde, in una certa misura, all’incremento del numero di quanti vengono rinchiusi nei centri di detenzione in Libia, e lì torturati, stuprati, uccisi. L’assenza di presidi umanitari nel Mediterraneo fa sì che sempre meno si sappia di quanto lì accade…”

“È ciò che alcuni governi europei, compreso quello italiano, si sono proposti da tempo: cancellare, o comunque ridurre al minimo, il ruolo delle organizzazioni non governative finalizzate al soccorso per lasciare campo libero all’attività di respingimento di migranti e profughi attraverso il blocco del Mediterraneo con la chiusura di porti, vie d’accesso, canali di fuga e rotte alternative. L’obiettivo è chiarissimo: attraverso l’esclusione delle Ong si persegue la mortificazione, fino all’annullamento, del diritto/dovere al soccorso.”(Il Manifesto, Settembre 2018)

Gradualmente i governi europei hanno tagliato i fondi per le missioni, lasciando il Mediterraneo centrale quasi completamente privo di presidi umanitari,  imbarcazioni, personale, mezzi attrezzati al fine di salvare vite umane: in breve, la mancanza di un appropriato pattugliamento del Mediterraneo fa sì che non ci siano testimoni di quanto accade: ogni giorno ci sono mezzi carichi di gente disperata che cerca di attraversare il mare, di cui poi non si sa più niente. I naufragi quotidiani non guadagnano le prime pagine dei giornali, soprattutto se avvengono fuori dalle nostre acque territoriali: nei luoghi di nessuno. I naufraghi annegano in qualcosa di più buio dell’abisso del mare: quello dell’oblio. Purtroppo, una delle conseguenze di questo processo è che il cittadino medio percepisce semplicemente una drastica riduzione del numero delle partenze dei barconi, così come di quello dei naufragi.

Ma non è solo questo ciò che il cittadino medio percepisce: le ONG, un tempo riconosciute come organizzazioni di diritto, hanno subito una vera e propria campagna di delegittimazione. La loro immagine è stata deturpata dalle accuse di complicità con organizzazioni criminali e di collaborazione con scafisti e nemici che minano la stabilità e la sicurezza dell’Europa. E anche se ad oggi nessuna delle accuse è stata provata, l’opinione pubblica ha gradualmente abbracciato queste posizioni promosse da alcuni leader politici. Per fare un esempio, il ministro Luigi di Maio nel 2017 ha descritto le navi di salvataggio delle ONG “Taxi del Mare”.

Come risultato di questa campagna di criminalizzazione delle Organizzazioni Non Governative, non solo ci sono sempre meno ONG a pattugliare il Mediterraneo, ma viene loro ostacolata l’operazione di salvataggio di vite umane e, qualora riuscissero a far salire a bordo i naufraghi, quella di portare le operazioni a termine facendoli approdare in un porto sicuro in territorio europeo.

Infatti, durante i mesi passati sono stati moltissimi i casi di ONG che sono state costrette a vagare nel Mediterraneo per settimane, con a bordo persone in gravi condizioni di salute fisica e mentale,  aspettando che i governi europei decidessero chi, come, quando, dove, e SE farli attraccare.

È in questo clima che è nato il primo quadro: Exile.

Un giorno qualunque di circa un anno fa, dopo l’ennesima notizia di una nave affondata a largo della costa italiana, una molla dentro di me è scattata. Ho preso il pennello con l’urgenza di tirare fuori tutte le lacrime che non riuscivo a piangere, forse perché non erano solo le mie. Ho agito semplicemente con l’urgente necessità di fare qualcosa, di rompere il silenzio, nella speranza che qualcosa potesse cambiare.

All’inizio non sapevo cosa rappresentare, ma sentivo di dover fare in modo che quella tela potesse farmi da specchio. Una superficie che potesse riflettere ciò che tante persone, come me, stanno sentendo in questo momento storico: rabbia mista a disperazione, impotenza, sbigottimento, orrore, malinconia, senso di perdita, ma, soprattutto, voglia di ribellione. Voglia di parlare, anzi di urlare.

Ho chiuso gli occhi: ho visto un mare in tempesta. Un mare fatto di corpi, di mani che disperatamente cercano un appiglio. Corpi di donne, uomini e bambini. E poi un faro, di quelli tipici in pietra che spesso si trovano sulle coste del Sud Italia. Ma da cui non proveniva nessuna luce.

Il mare di gente lambisce il faro, e una fragile barchetta di carta di giornale, su cui si intravede la parola esilio, si lascia violentare dalla tempesta.

Delle mani emergono dalle onde. Cercano di aggrapparsi a qualcosa nel nulla, di trovare un appiglio, disperate. Si protendono verso una figura di donna, che piange con la testa china. Una donna che rappresenta la sofferenza di tutte le madri. Una madre che è anche la Madrepatria, abusata e distrutta da trivelle petrolifere piazzate sulla sua testa.

La donna piange, e le sue lacrime pian piano si trasformano in un uccello che si libra in volo. La sua speranza però ha vita breve, poiché l’uccello, che avrebbe dovuto volare libero sul mare, si muta in una squadra di bombardieri che tornano ad attaccarla dall’alto. Dal basso, un enorme pesce apre la bocca per inghiottire l’intero mare. Nella sua pupilla vitrea, una sola parola: “oblio”.

In alcuni momenti mi risultava davvero difficile continuare a lavorare. Ma poi chiudevo gli occhi, e trovavo la strada.

Vedevo delle immagini dolorose, ma erano le uniche che io potessi dipingere, perché erano vere.

Immagini che non avevano una risposta, ma che ponevano solo tante domande.

La fotoreporter Nilufer Demir rimase pietrificata davanti al piccolo corpo di Aylan Kurdi di tre anni, riverso a faccia in  giù nella sabbia della spiaggia di Bodrum, in Turchia. Pochi metri più in là, suo fratello Galip, cinque anni. La risacca del mare, gentilmente, lambiva le loro spoglie, come per dare loro ripetute carezze di conforto, sussurrando una nenia straziante che si sarebbe però dispersa tra i flutti di quella spiaggia, giacché Aylan  e Galip non saranno mai più in grado di ascoltarla. Neanche tutte le onde del mare riusciranno a lavare via il sangue di questi morti, perché questi morti, ad oggi, ancora non hanno smesso di sanguinare.

Nilufer Demir assisteva ad un’immagine cruda, dolorosa: ma proprio per questo decise di scattare quella foto, nella speranza che qualcosa potesse cambiare. Può davvero ognuno di noi fare qualcosa per contrastare tutto questo orrore?

Non lo so.

Ma nonostante la confusione e le difficoltà sentivo che, attraverso il processo creativo,  dopotutto stavo facendo qualcosa.

Non avevo un idea chiara di cosa sarebbe venuto fuori. L’unica cosa di cui ancora oggi sono sicura, è che questo quadro rappresenta una domanda per ognuno di noi:

 C’è ancora una traccia di Speranza, lì fuori?

Laura Grimaldi

Exile

Exile, Laura Grimaldi. Acrilico su tela. All Rights Reserved.

http://espresso.repubblica.it/opinioni/l-antitaliano/2018/07/06/news/sui-morti-in-mare-ora-e-silenzio-1.324587

https://www.medicisenzafrontiere.it/news-e-storie/news/msf-gli-scafisti-i-naufragi-i-salvataggi-mare-e-le-leggi-da-rispettare/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/09/10/onu-invieremo-personale-in-italia-per-monitorare-atti-di-violenza-e-razzismo-salvini-prevenuti-da-voi-niente-lezioni/4615412/

https://www.huffingtonpost.it/roberto-sommella/in-europa-torna-il-fascis_b_14034518.html